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Rapporti Internazionali della Bielorussia

A cura di Lorenzo Barbanti, Sara Boscherini, Lamis A. H. Khodir, Marta Luciani.

Fattore Internazionale

La Bielorussia è attualmente membro di diverse organizzazioni internazionali tra cui l’ONU, il Consiglio di partenariato euro-atlantico, l’OSCE, il FMI e la Banca mondiale, nonché osservatore presso la WTO.

Federazione Russa ed area geopolitica post-sovietica

L’8 dicembre 1991 la Bielorussia firma con Russia e Ucraina l’accordo di Belaveža, decretando la dissoluzione dell’URSS, e confluendo nella Comunità degli Stati Indipendenti (CSI). Nata nel ’93, ha come scopo principale la collaborazione politica, economica e sociale attraverso il rafforzamento delle relazioni di amicizia, fiducia e cooperazione vantaggiosa tra gli Stati membri. Seppur priva di poteri sovranazionali paragonabili a quelli dell’UE, rappresenta il tentativo russo di mantenere le ex repubbliche sovietiche sotto la propria area d’influenza geopolitica.

La Bielorussia si era intanto resa indipendente (agosto ’91), adottando una propria Costituzione nel marzo 1994. Tra il 1997 ed il 2000 invece con una serie di trattati si arriverà all’istituzione dell’Unione Statale di Russia e Bielorussia, coronamento e punto d’avvio nel processo d’avvicinamento al potente vicino agognato da Lukashenko fin dal suo primo programma elettorale.

L’Unione si basa “su solide fondamenta di un destino comune, radici storiche e una tradizionale amicizia dei popoli fraterni, sull’indissolubilità di legami affini, sulla vicinanza spirituale e culturale, sulla confluenza di interessi, una vicina cooperazione politica geostrategica economica umanitaria e sulla difesa18 e segna l’intenzione di dare vita a uno stato democratico basato sul principio di uguaglianza sovrana, nel quale sono riconosciute le diversità ideologiche e politiche.

Le finalità dell’Unione prevedono lo sviluppo pacifico e democratico ed il rispetto di diritti umani e civili fondamentali universalmente riconosciuti. I due Stati si impegnano a rafforzare la pace, la sicurezza e la cooperazione reciprocamente vantaggiosa in Europa e nel mondo e a sviluppare la CSI. Si progetta inoltre l’adozione di una Costituzione unica una volta stabilito un sistema giuridico unitario.

Per il raggiungimento di tali scopi si istituisce un Consiglio Supremo di Stato, un Parlamento e un Consiglio dei Ministri, una Corte e una Commissione dei Conti. L’Unione ha un proprio emblema, bandiera, inno e valuta, con il russo come lingua di lavoro. I cittadini dei due Stati possiedono cittadinanza comune e questo permette loro di lavorare, risiedere e muoversi in uno spazio economico unico senza il consueto obbligo di visto.

Nel 2000 la Bielorussia contribuì anche alla nascita della Comunità Economica Euroasiatica (EAEC), finalizzata all’integrazione economica della regione e promotrice di uno sviluppo stabile atto ad innalzare il tenore di vita degli Stati membri, sul modello dello Spazio Economico Europeo. Evolutasi nel 2015 in Unione Economica Eurasiatica, essa mira a garantire la libera circolazione di beni, servizi, capitali e lavoratori entro i suoi confini mediante l’unione doganale, una politica economica coordinata o comune e l’armonizzazione legislativa.

L’UEE deve inoltre tutelare i principi universalmente riconosciuti, quelli degli Stati membri e la loro integrità territoriale, assicurando i benefici della reciproca cooperazione, l’uguaglianza e il rispetto per gli interessi nazionali delle parti. L’attuazione e la predisposizione delle politiche sono assicurate da vari organi: il Consiglio Supremo, il Consiglio Intergovernativo, la Commissione e la Corte dell’Unione.

Nelle parole di Putin l’obiettivo finale è quello di «una comunità armoniosa delle economie da Lisbona a Vladivostok»19 e l’abolizione del regime di visti tra i Paesi CSI e l’UE.

Stati Uniti

Nel 1996 Lukashenko ha reagito alle critiche occidentali al referendum costituzionale espellendo temporaneamente gli ambasciatori degli USA e dell’UE. A seguito delle elezioni presidenziali del 2006, condannate come da routine, gli USA hanno imposto restrizioni di viaggio e sanzioni finanziarie su 9 entità statali e 16 persone (incluso Lukashenko), inasprite nel 2008 a causa del peggioramento delle violazioni dei diritti umani e seguite dall’espulsione dell’ambasciatore e di quasi tutti i diplomatici statunitensi.

Dopo il rilascio dei prigionieri politici nel 2015 si è avuta una riduzione limitata delle sanzioni. Da allora la Bielorussia ha adottato alcune misure per migliorare i diritti democratici e nel 2019 le parti hanno annunciato un futuro scambio di ambasciatori come primo passo nella normalizzazione delle relazioni bilaterali. L’assistenza degli Stati Uniti alla Bielorussia si concentra inoltre sulla promozione di un’economia di mercato tramite il rafforzamento del settore privato e l’incentivazione all’imprenditorialità.

Gli USA si sono detti preoccupati per i risultati e la mancata correttezza delle ultime elezioni in quanto ritengono che un loro libero e corretto svolgimento sia alla base della legittimità dei governi. Sostengono il diritto del popolo bielorusso di riunirsi pacificamente e la sua aspirazione democratica,

condannando l’uso di forza e detenzione quali strumenti repressivi, così come la chiusura di internet quale mezzo informativo.

Unione Europea

A detta della Delegazione europea in Bielorussia le relazioni fra le due parti si basano sul rispetto dei valori comuni, dei diritti umani, della democrazia e dello stato di diritto.20 Dopo il rilascio di prigionieri politici in Bielorussia nel 2015 i rapporti sono migliorati, comportando la revoca della maggior parte delle misure restrittive individuali, un dialogo politico rafforzato e una maggiore assistenza finanziaria. Le restanti sanzioni quali l’embargo su armi e attrezzature utilizzabili per la repressione interna, il congelamento di beni ed il divieto di viaggio contro quattro persone legate alle sparizioni irrisolte di due politici dell’opposizione rimarranno comunque in vigore fino a febbraio 2021. La Bielorussia inoltre è l’unico Paese in Europa nel quale vige ancora la pena di morte, per questo dal 2015 l’UE promuove un dialogo bilaterale annuale affinché venga abolita e le restanti condanne convertite.

Nel 2016 sono iniziati i negoziati di collaborazione tra le parti, che hanno condotto all’adesione della Bielorussia al Partenariato Orientale (PO), con l’obiettivo di rafforzare l’associazione politica e l’integrazione economica in una Politica Europea del Vicinato (PEV). Nel 2020 sono entrati in vigore gli accordi di facilitazione del visto e di riammissione, con lo scopo di semplificare i viaggi, promuovere i contatti e rafforzare la fiducia reciproca tra i popoli. Bielorussia e UE sono quindi tenuti a riammettere i propri cittadini e quelli di paesi terzi o apolidi che non soddisfano i requisiti per soggiornare legalmente nel territorio dell’altro.

La situazione è andata deteriorandosi dopo le elezioni presidenziali dell’agosto 2020, dichiarate dall’UE né libere né eque. Il 2 ottobre 2020 l’Unione ha infatti imposto sanzioni a 40 persone considerate responsabili di repressione dei manifestanti e falsificazione delle elezioni, includendo poi nell’elenco anche Lukashenko ed altri 14 funzionari di alto livello. I leader europei hanno espresso solidarietà al popolo bielorusso e condannato la violenza contro i protestanti pacifici, invitando le autorità a porre fine ai soprusi e a rilasciare i detenuti. Il 12 novembre il Consiglio dell’UE ha sottolineato il diritto democratico per i bielorussi di eleggere il proprio presidente attraverso nuove elezioni libere e regolari, senza alcuna interferenza esterna, e dichiarato che sosterrà pienamente una transizione democratica pacifica.

Conclusioni

Avendo l’assetto politico-istituzionale bielorusso attraversato più fasi dal momento dell’indipendenza dall’URSS, cercare di ricondurne l’ambigua natura ad uno solo dei modelli teorici storicamente affermati potrebbe non essere la miglior linea di indagine del caso.

Nel biennio 1994-1995 Freedom House descrisse la Bielorussia come uno Stato “parzialmente libero21 con un governo di tipo presidenziale-parlamentare in cui i diritti e le libertà civili erano in parte riconosciuti. Ad oltre un ventennio di distanza la definizione è invece quella di un contesto “autoritario in cui le elezioni sono apertamente manipolate e le libertà civili limitate22. Tra i due momenti presi a riferimento è indubbio che qualcosa sia mutato, ed è peculiare notare come probabilmente il nodo del cambiamento risieda nell’unico attore immune al passare degli anni: Alexander Lukashenko.

La sua presidenza è andata così ad innestarsi su un percorso virtuoso di stabilizzazione democratica, del quale ha completamente capovolto il verso. In questo senso i colpi di mano degli anni 1994-96 sembrano aver dato il via ad un progressivo declino della nazione in un processo di “transizione all’autoritarismo23, fattispecie rientrante nel più ampio spettro dei regimi ibridi, che Morlino definisce come “un insieme di istituzioni che sono state persistenti, non importa se stabili o instabili, per almeno un decennio, […] precedute da autoritarismo, da un regime tradizionale o anche da una democrazia minima, e […] caratterizzate dallo smantellamento del pluralismo limitato e da forme di partecipazione indipendente, autonoma, oltre che dall’assenza di almeno uno dei quattro aspetti di una democrazia minima24, ovverosia suffragio universale, elezioni libere e competitive, sistema multipartitico e diverse forme di informazione.

Se la sussistenza del primo aspetto è innegabile, stesso non può dirsi dei restanti: svuotato di senso il sistema partitico e messa in dubbio la pluralità d’informazione, di facciata sono invece le elezioni, ridotte a simulazione della sovranità popolare25 in quello che è a tutti gli effetti un contesto di democrazia limitata26.

La combinazione di tali mancanze è rispecchiata da un Parlamento che, oltre a non essere definibile come democratico (vista l’assenza di sostanziale pluralismo interno), risulta irrilevante di fronte alla capillare ramificazione dei poteri presidenziali delineata dalla Costituzione, imparagonabile a quella degli omologhi democratici, che mina alle fondamenta il meccanismo dei checks and balances.

Nel caso bielorusso sembra essersi stabilizzato col tempo un “autoritarismo competitivo27, ovverosia un regime ibrido in cui alcuni degli elementi fondamentali della democrazia sono andati persi e sono state acquisite caratteristiche autoritarie. Cruciale è inoltre l’esistenza di soggetti in carica che regolarmente abusano delle risorse statali, negano copertura adeguata dei media all’opposizione (resa fittizia), ne vessano candidati e sostenitori e in alcuni casi manipolano i risultati elettorali.

Alla stabilizzazione del regime hanno concorso di certo anche risultati concretamente positivi: una crescita economica stabile, livelli di assenza di corruzione ed efficienza della giustizia civile e penale superiori alle medie regionali e talvolta di grado ottimale, come per la sicurezza. Il confronto coi parametri mondiali è prevedibilmente più impietoso quando si parla di limitazione ai poteri governativi, libertà d’espressione, riconoscimento dei diritti fondamentali, civili e politici28, che fanno classificare il Paese come “non libero29.

WJP invece attribuisce attualmente al Paese un punteggio di 0,47/1 per il riconoscimento dei diritti fondamentali, di 0,25/1 per le libertà d’espressione e d’opinione e di 0,36/1 alle limitazioni dei poteri governativi. Per il quinquennio 2015-2020, il livello di assenza di corruzione si aggira intorno allo 0,53/1, mentre nel resto della regione è pari a 0,44/1.

La valutazione dell’efficacia della giustizia penale e civile è rispettivamente di 0,47/1 e 0,67/1, mentre il grado di sicurezza è pari a 0,80/1 (WORLD JUSTICE PROJECT, Belarus, WJP Rule of Law Index, https://worldjusticeproject.org/rule-of-law-index/country/2020/Belarus).

Appurato come il regime non democratico in Bielorussia si sia ormai insediato e semi-consolidato, manca da vagliare la possibilità di una sua crisi, punto finale del giudizio su ogni autoritarismo. A dimostrazione della complessità del caso sta l’effettiva difficoltà d’individuazione di quei veto players30 il cui scostamento dalla coalizione dominante alla base del regime potrebbe provocarne l’incrinamento fatale. Nulla sembra ostacolare il “Superpresidenzialismo31 di Lukashenko: forze armate ed élite civili non presentano contrasti, bensì sono compatte attorno al Presidente, che si presuppone faccia largo uso degli strumenti di politica informale al fine di mantenere una rete di fedeltà costruita negli anni. Una tale coesione ha permesso sempre di rispondere ai puntuali tumulti post-elezioni attraverso la repressione della società civile e solo raramente con aperture democratiche, apparenti, temporanee o al più limitate.32

Al momento sarebbe alquanto azzardato considerare le proteste un potenziale evento acceleratore33 per il mutamento di regime, stante da verificare innanzitutto la loro eccezionalità rispetto alle manifestazioni passate, di magnitudine simile in taluni casi. Anche se lo fossero, rimarrebbe da chiedersi chi sia (e se esista) l’imprenditore politico abbastanza abile e legittimato (dentro e fuori la Bielorussia) da costituire un’alternativa affidabile e pronta a farsi carico della trasformazione. La valutazione si fa ancora più difficile se si guarda allo scenario dell’opposizione bielorussa, la quale (pur tenendo conto degli ostacoli posti dal regime) si presenta divisa, disorganizzata e carente di supporto da ampie fasce della società civile.

L’unica variabile decisiva oggi realmente plausibile risiede nello scacchiere geopolitico internazionale. La Bielorussia è, insieme all’Ucraina, l’ultimo cuscinetto rimasto ad impedire il diretto contatto tra frontiere comunitarie e russe, e come nel caso ucraino l’intervento di Mosca (intenzionata a non far nascere un governo filo-occidentale a ridosso dei suoi confini), potrebbe risultare decisivo. Se è vero che gli unici ad aver riconosciuto le elezioni di agosto sono stati proprio la Russia ed i suoi alleati, l’ipotesi contraria acquista però autorevolezza se si considera l’ambiguità del rapporto tra Putin e Lukashenko e soprattutto la natura assolutamente non antirussa delle proteste, vera e pesante differenza con la rivoluzione ucraina. Su questo elemento potrebbe pensare di far leva il Cremlino, nell’ottica di favorire una transizione pacifica al vertice del Paese, che altrimenti si presterebbe a rimanere, come nelle parole del suo leader, una disillusa democrazia.34

Bibliografia e sitografia

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